Caterina Fabbrizio

Caterina Fabbrizio

28 Giugno 2011 0 Di simorkio

la maestra Caterina Fabbrizio

Dalla seta alle lavorazioni in filo oro…

Le mani di fata di Caterina Fabbrizio
L’introduzione dell’arte della seta, in Sicilia e in Calabria, si fa risalire al 1147, dopo la spedizione di Ruggero contro l’impero Bizantino, anche se in Sicilia l’arte della seta ha ricordi molto più anteriori. Anche in Calabria alcune notizie riportano la conoscenza dell’arte serica prima del 1147. Nella storia critica e cronologica del patrono di San Bruno e del suo Ordine, si riscontra un diploma del 1089, il quale, nell’indicare i confini d’un podere, parla di una piantagione di gelsi. Doveva trattarsi di gelsi mori, poiché quelli bianchi furono importati in Italia in tempi molto posteriori. Si sa che i gelsi mori sono d’una vegetazione lunga, stentata e secolare, e perciò un gelseto fruttificante nel 1089 doveva risalire a molto tempo prima. Senza dubbio i Bizantini importarono in Calabria le prime conoscenze seriche. Sotto i Saraceni esse ebbero grande incremento, ma il perfezionamento dell’arte fu dovuto agli Ebrei al tempo dei Normanni e degli Svevi, quando nelle loro mani era custodita pure la raffinata arte della tintoria. Con la decadenza del setificio in Sicilia avvenuta nella seconda metà del secolo XIII, a causa dell’emigrazione dei Musulmani, la Calabria ebbe il primato di quest’arte in tutta Italia, e dovette in gran parte ad essa la sua importanza commerciale. La coltivazione dei bachi era diffusissima soprattutto nella provincia di Cosenza, ma il punto più importante per la lavorazione al tempo del Regno di Napoli era Briatico, in provincia di Monteleone. La produzione veniva in maniera copiosa e quindi la disponibilità del prodotto era molto alta, per tutti i livelli sociali. Vestire di seta era comunissimo, e non certo un lusso, specie dei soli Ebrei. Infatti già nel 1555 come scriveva O. Dito, la seta costituiva la parte principale del corredo di ogni sposa, anche di umili origini. Tuttavia, la seta che veniva prodotta in Calabria e specialmente nelle campagne consentine, era una produzione destinata per lo più all’esportazione. Per il commercio della seta erano fondamentali le fiere annuali che si svolgevano nelle città principali della Calabria, tra le quali la più importante risultava quella cosentina della “Maddalena”, nella quale si dava la voce (prezzo) della seta, accettata dalle altre fiere successive e speciali per il commercio della seta. Il Mezzogiorno rimane il centro propulsore della coltivazione serica, che si commercializza in tutta la Penisola, almeno fino al XVI secolo. Secondo come scriveva Francesco Caracciolo “La seta rendeva più del vino, sicchè a molti vigneti venne sostituito il gelso. Verso il 1580, la sua coltura era diffusissima e la produzione della seta aveva raggiunto il massimo livello, al di la del quale non sarebbe più andata”. Al Sud, “Il XVII secolo contristato da guerre e da pestilenze fu fatale per questa produzione che cominciò a decadere sempre più anche per le disposizioni vessatorie del governo. Carlo III di Borbone cercò di riavviare la filiera della seta con privilegi, con franchigie e con istruzioni”, scrive Carano Convito nel 1938. Bisogna tuttavia ricordare che l’attività di produzione della seta, come per altri prodotti, non si può definire, per tale periodo, veramente industriale. Le imprese erano a carattere semiartigianale, soprattutto familiare, e in questo contesto un ruolo importante veniva assunto dal lavoro delle donne. Soltanto verso la metà del secolo XVII come riportato da Enzo Stancati, si impiantarono i primi filatoi meccanici per la seta, come quello dei fratelli messinesi Ottaviani nel 1851 a Cosenza. Proprio facendo riferimento a questa vicenda, Vincenzo Padula, sulle pagine del Bruzio innesca una corposa polemica contro l’incapacità dei calabresi di avviare un percorso capitalistico con le materie prime che pure esistono, e sono varie e abbondanti sul nostro territorio. Manca secondo il Padula, lo “spirito di industria”, oggi lo spirito di imprenditorialità diremmo, da parte dei proprietari. “Natura senza Arti è corpo senza anima” continuando a scrivere “idea cui manca la parola, forza in potenza; e l’arti appunto ci mancano. Le donne nostre vanno a cantare in Francia, e le donne dei francesi vengono a tessere e cucire i loro merletti da noi!” Il risultato è che poche imprese presenti sul territorio calabrese sono in mano a stranieri, i quali badano bene a non far capire alla manodopera locale i segreti della produzione. A ricamare e ad impreziosire la seta creando vere e proprie opere d’arte ci pensa il genio creativo di Caterina Fabbrizio, esperta ricamatrice di Vazzano, caratteristico paese montano del vibonese. L’Emporium piccolo e particolare laboratorio di sartoria e ricami, si occupa prevalentemente di restauri, creazioni ex novo e di progettazione e confezione di abiti ecclesiastici e abiti da sposa. In questa tipica bottega di sartoria, tra merletti di ogni genere legati fortemente alla tradizione calabrese e rotoli di mille stoffe colorate e preziose, china su un telaio intenta a ricostruire un decoro in filo d’oro logorato dal tempo, incontriamo “a Maistra”, che ci accoglie con un sorriso dolce e allegro. “L’Emporium è l’unico laboratorio di sartoria da Napoli in giù che si occupa di lavorazioni con filo d’oro, facciamo stole, vestiti per Madonne, stendardi, corredi, a volte anche quadri con seta e oro”. Meravigliati dalla perfezione dei lavori esposti sui tavoli e sul telaio, ci muoviamo attenti a bocca aperta tra tanta magnificenza, chiedendo all’abile artigiana dove ha imparato a ricamare così bene. “Avevo una zia suora, e già da quando eravamo molto piccole, insegnò a me e a mia sorella Rita, quest’arte. Punto a croce, uncinetto, chiacchierino, e ogni altro tipo di ricamo conosciuto nella nostra tradizione. Era come un gioco, riuscire a far bene il lavoro fino a quando non riusciva tale e quale all’originale. Devo dire che il mio perfezionamento lo devo alla mia caparbietà e alla forte voglia di far bene le cose, che mi ha sempre caratterizzato”. Una donna molto posata, si direbbe timida, che trasmette veramente molta dolcezza e grazia, mentre punto dopo punto ridà il suo antico splendore alla stola di chi sa quale Vescovo la usò per primo agli inizi del ‘700. “Devo dire che tutt’ora mi piace sperimentare nuovi intrecci, nuovi “nodi”, nuovi ricami. Per far bene un lavoro bisogna amarlo oltre che esserne portati, ed il mio lo amo con tutto il cuore”. Effettivamente sperimentando la cosa sul campo è vera. L’amore e la cura che la signora Caterina usa verso queste “icone” della tradizione tessile calabrese, è unica e speciale. E’ affascinante osservarla mentre tramuta un semplice pezzo di seta in un capolavoro arricchendolo di rose, foglie e disegni con ricami diversi e tecniche molto varie fra loro. La lasciamo tranquilla al suo “dipingere”, alla sua alta poesia fatta di fili d’oro e di punti infiniti che completeranno l’opera fra molti mesi, forse ad inizio primavera 2008. Un ultimo sorriso solare della “Maistra” ci saluta sull’uscio del laboratorio, mentre le ombre vanno ormai per la maggiore. Si ritorna alla Vibo di ogni giorno, mentre i comignoli fumanti di Vazzano salutano visitatori solitari ancora affascinati e attoniti dalle mani di fata di una delle sue figlie, calabrese della quale vale veramente la pena di esserne molto orgogliosi.


Carmensissi Malferà