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Maestro Nicola Mazzietelli
Intagliatore e restauratore...
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Francesco Alessandria
Giovane imprenditore della tradizione dolciaria sorianese
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Mastro
Gaetano Di Iorgi
Il più anziano dei maestri gelatieri di Pizzo
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Mastro
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L'arte dell'interccio del vimini
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Maestra Caterina Fabbrizio
Le mani di fata che con seta e oro crea capolavori 
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L'orafo, un mestiere antichissimo: dai Fenici al maestro Tommaso Belvedere.
Per quanto l'etimologia della parola orefice (già desueta è la forma orafo) si ritrovi nella lingua latina – deriva infatti da aurifex: composto di aurum (oro) e facere (fare, fabbricare) – pare che le origini di questa nobile arte si collochino nell'antico Medio Oriente. Reperti archeologici dimostrano che in tutto il mondo, in realtà, l'uomo era uso già dalla preistoria ad ornare il proprio corpo con pietre dure (in particolare onici, corniole e ametiste), lacci, bottoni o monili d'ossa. Furono però gli abili fenici ad introdurre l'uso di materiali quali l'oro e l'argento, impreziositi da fini lavorazioni e forgiati in svariate forme simboliche e geometriche. All'oro si aggiunsero il diaspro e il corallo. Si producevano anelli e bracciali in lamina d'oro e d'argento, pettini, specchietti e astucci. Il gioiello non serviva, perciò, soltanto da ornamento: era usato sia come viatico per l'aldilà, che per contenervi essenze profumate; monili e oggetti d'uso pratico assumevano valenze ornamentali e decorative, propiziatorie e apotropaiche. Anche gli Etruschi furono orafi ricercati (piacevano soprattutto le loro fibbie e si apprezzava la tecnica “ a granulazione”), ma i Fenici, gli Egizi e i popoli mediorientali in genere, restano orefici senza rivali addirittura fino all'Età dell'Impero d'Oriente. I Bizantini introdussero, nel VI secolo d.C., un nuovo gusto più raffinato e astratto, che non escludeva comunque motivi e forme d'arte ispirati alla natura: ricorrenti i motivi del pavone e della fenice. Gioielleria che tentò di imitare quel gusto, ma con esiti alquanto grezzi e imperfetti, fu quella delle civiltà barbariche dei secoli dell'Alto Medioevo. Uno dei segreti del mestiere, la lavorazione cosiddetta “a filigrana”, fu inseguito diffusa dagli Arabi in tutto il Mediterraneo e più tardi, dal secolo XIII, introdotta dapprima a Genova e Venezia dai soldati e mercanti di ritorno dalle Crociate. Ben poco è cambiato tra gli attrezzi dell'orafo del Rinascimento e quello di oggi. In una stampa famosa del XVI secolo dell'incisore Etienne Delaune, conservata al British Museum di Londra e raffigurante un laboratorio d'orefice, un occhio d'esperto artigiano può trovare molte sorprendenti analogie con i moderni strumenti del mestiere, come quelli utilizzati dall'artista Tommaso Belvedere. Un maestro artigiano che svolge la sua attività in una viuzza del centro storico di Tropea. La tradizione orafa calabrese si esprime al meglio anche nella produzione di oggetti in stile classico e moderno. Tommaso Belvedere ne è un esempio concreto, che pur ispirandosi alle tecniche tradizionali, ripropone in chiave moderna forme e linee arricchite dalla sua fantasia e creatività. Dalla progettazione alla realizzazione, dalla fusione a cera all'incisione, all'incastonatura delle pietre, in una ricerca formale che si propone di rinnovare e mantenere la migliore tradizione, un maggiore legame con la storia del nostro popolo, con la nostra identità culturale mediterranea, l'artigiano parghelese da il meglio di se mostrando e cercando di insegnare ai suoi due piccoli figli l'arte del fatto bene, del fatto a mano, del fatto col cuore. Dice infatti l'orafo: “ L'oreficeria si deve proporre come un messaggero della cultura fra i popoli. Non è possibile creare gioielli senza avere un'adeguata cultura, oltre che abilità. Come diceva il maestro Nino Speziale, il gioiello può esprimere la sua forza comunicativa solo grazie alle sapienti mani dell'artigiano: interprete del mondo che lo circonda, questi plasma la materia immortalando in essa quei messaggi destinati ad attraversare il tempo. Messaggi che sono unici e che poco e male si prestano ad essere riprodotti in serie; come avviene oggi nell'oreficeria industriale che, nel tentativo di darsi un'anima, molto spesso si rivela vuota, e fredda. La tradizione non può essere trasmessa da una macchina, ma solo dall'uomo con il suo modo di essere, il suo modo di esprimersi. L'artigiano orafo, affascinato dalla forza creativa e dalle infinite forme alle quali può dar vita, da sempre piega, modella, salda, incastra, il nobile metallo. Con i ferri del mestiere e l'estro dell'artista, l'orafo conferisce al gioiello quell'anima che gli permette di attraversare i secoli”.
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Maestro Tommaso Belvedere

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